Non c’è inclusione senza intercultura

Pubblichiamo la prefazione firmata dal Professor Brandalise al testo di Luca Favarin Non c’è inclusione senza intercultura, uscito per i tipi di Pensa Multimedia nel 2023 e disponibile a questo indirizzo.


Il potenziale lettore che si avvicini a questo libro andrà giustificato se, esaminato il titolo, sospetterà di accingersi alla lettura di un testo volto ad agitare la più che “calda” tematica connessa con l’attualità del fenomeno migratorio, sulla scorta di uno strumentario sociologico e antropologico culturale mosso e governato da un’istanza essenzialmente morale, magari propensa a tradursi in proposta pedagogica. In effetti tutti gli ingredienti appena evocati un’attenta lettura potrà rinvenirli senza difficoltà, eppure i modi in cui essi vengono chiamati a contribuire allo sviluppo del discorso complessivo in cui si iscrive il desiderio che si affida a queste pagine convergono nel rendere evidente che la sostanza dell’operazione qui tentata è di natura diversa da quelle codificate dagli statuti delle scienze sociali ma anche più generalmente dai generi letterari e dalle retoriche in cui è solito depositarsi un pensiero umanistico e un sentimento umanitario.

Con qualche necessaria avvertenza potremmo definire questo testo come “filosofico”. Non certo perché l’argomentazione abbia ambizioni e caratteristiche tecniche proprie delle molte declinazioni della filosofia intesa come disciplina accademica, e tanto meno perché punti a descrivere e a discuterne la sedimentazione linguistica e concettuale documentata dalle relative bibliografie, ma perché fa sorgere dalle sollecitazioni provenienti dal mondo di pratiche in cui è, faticosamente quanto gioiosamente, immerso l’autore, alcuni radicali gesti del pensiero, che disegnano una postura intellettuale ed etica ad un tempo, che lavorando attraverso i vari comparti tematici prodotti dall’esperienza del presente evidenzia la coerenza e l’efficacia di criteri che più che guidare verso nuove rappresentazioni della realtà si misurano con l’esigenza di saperci  fare con un reale indisponibile a fissarsi come quieto contenuto di un sapere.

In altri termini, qui si esercita lo sguardo a non cedere di fronte alla stratificazione di filtri che le molte routines che si intrecciano nei nostri stili di vita frappongono tra noi e la concretezza del nostro stesso accadere, un’arte della non rinuncia ad accorgersi di quanto tende a frantumare le rappresentazioni di realtà ribadite dal senso comune. Non rinunciare ad accorgersi della varietà di eventi che affollano il presente e a leggere le connessioni che li legano al di là delle convenzioni che ne autorizzano la mutilazione a favore di schematizzazioni riduttive, apre al pensiero e all’impresa delle pratiche uno spazio e un tempo in qualche misura non già pregiudicati dalla subalternità alle tendenze. I due termini che il titolo del libro indica come i propri protagonisti, inclusione e intercultura, corrispondono qui alle articolazioni essenziali di una disposizione affettiva e intellettuale che coglie il funzionamento dei processi di esclusione non solo come oppressione dell’escluso ma anche come matrice dei depauperanti e dolorosi limiti che affliggono le forme d’ordine che sull’esclusione si fondano. Un’ottica sulla scorta della quale sembra possibile muoversi all’interno di dinamiche che, dal micro al macro, ci propongono il mutamento più che come transizione da un definito stato di cose ad un altro in grado a sua volta di presentarsi pro tempore come permanente, come un continuum in cui le soste e i punti fermi appaiono sempre più formazioni immaginarie.

Probabilmente molti di noi di fronte alla rapidità e alla portata dei mutamenti che vanno rideterminando le coordinate fondamentali della nostra esistenza, quasi lasciando presagire che tale metamorfosi non sia destinata a depositarsi in una qualche nuova immagine del mondo che rassicuri lo spettatore circa la propria sopravvivenza come soggetto contemplante e interpretante, sono tentati di avvertire con sgomento come l’insieme delle risorse emotive e intellettuali che siamo stati soliti aggregare nella nozione di cultura si manifesti oggi intrinsecamente disarmata nei confronti del reale, come se le sue forme stessero cessando di proporsi come una rete di senso in grado di filtrare il flusso del cambiamento. Quelle che si offrivano come soluzioni paiono sempre di più rivelarsi ingredienti del problema, e le stesse articolazioni dell’ordine politico plasmate dalla secolare stagione della forma costituzione appaiono rideterminate da processi che le includono come materiali destinati a fungere secondo modalità irriconducibili alla loro originaria matrice logica. Gli stessi grandi apparati del sapere che si sono poderosamente sviluppati in simbiosi con la crescita delle società complesse sembrano sempre più capaci di efficienza e di forza trasformatrice, ben al di là di quanto avevano segnalato alcune pur radicali diagnosi filosofiche circa il significato della tecnica, ma anche intrinsecamente incapaci di verità.

Ne è spia quello che potremmo definire il grande spreco di potenzialità umane, in senso sia quantitativo che qualitativo, che si consuma nelle pratiche di esclusione e negli assetti intellettuali e nelle strutture sociali che trovano in esse la condicio sine qua non del loro riprodursi. Includere non significa soltanto forzare un poco i confini di uno spazio strutturato da una prassi esclusiva, ma rimettere praticamente in questione la regola che lo abita, riaprendo la gamma di possibilità da essa precluse. Per questo l’inclusione implica come condizione della sua stessa efficacia un esercizio di riforma dello sguardo e del pensiero e dello stesso ruolo della conoscenza nel confronto con il reale. A questa istanza almeno in parte è stato possibile in tempi recenti trovare una risposta in quello sciame di elaborazioni intellettuali e di sperimentazioni pratiche in vario modo tra loro intrecciate che siamo soliti aggregare sotto il termine di intercultura.

La nozione di intercultura ormai da qualche decennio naviga con cangiante fortuna attraverso una complicata e stratificata geografia di ordini di discorso. I tentativi di darne un’adeguata definizione complessiva, qualora non si ceda alla tentazione di concepire l’intercultura come una nuova disciplina da sistemare accanto ad altre nel novero di quelle istituite nelle nostre accademie, neutralizzando così l’effetto perturbante che ad essa conferisce quel tanto di sovversivo implicato dal suo evocare la permeabilità di confini tradizionalmente ben marcati, comportano per il pensiero una non semplice né agevole vicissitudine. Se le consuetudini intellettuali che si offrono come quasi scontato corredo cromosomico delle nostre visioni del mondo tendono a raffigurare i singoli come pure le culture come entità recintate da una definita simbologia identitaria, riconosciuta e garantita da un sapere di cui esse sono oggetto e abitata da un nucleo essenziale tendenzialmente sentito come assoluto, lo sguardo interculturale coglie il loro effettivo centro lungo il loro bordo, dove esse accadono in altro e dove l’incontro si mostra non tanto come un incidente di percorso, ma come il luogo della loro stessa origine costantemente  aperta sul presente. Al di là della conoscenza che può essere prodotta dall’esercizio scientifico della comparazione tra le tradizioni, al di là dell’assunzione di pregiudizi positivi su quanto si presenta come altro, al di là della legittimazione reciproca che i diversi culti ricercano nel dialogo interreligioso, il gesto più intimo ed essenziale che si manifesta in un’effettiva pratica interculturale – quale può opportunamente fiorire non necessariamente solo nello scenario del confronto con il migrante, ma in qualsiasi articolazione in sofferenza del nostro tessuto sociale, quanto stereotipi e stigmi lo condannano agli spasmi dolorosi e violenti implicati dalla chiusura mentale e della mutilazione dell’affettività – consiste forse nel comprendere che ciò che chiamiamo culture, più che costituire un palinsesto statico fissato dagli esiti di vicende sigillate nel passato cui annettere secondo un mortifero specismo le vite dei singoli ridotte a casi particolari di un’astratta generalità, si origina e costantemente si rimette in gioco nelle esistenze degli esseri umani nello spazio di un presente non ridotto a mera propaggine temporale della tendenza. In questa prospettiva la stessa intercultura si nutre di inclusione, perché la postura che la caratterizza tende a produrre apertura ed espansione delle possibilità di vita.

Rifiutare di escludere implica lo sforzo di immaginare e sperimentare forme di relazione e di organizzazione in cui l’inclusione non sia solo accettazione paziente di un carico di disagio, ma attivazione di potenzialità e partecipazione per quanto possibile non subalterna al movimento delle cose. Un esercizio che questo libro esemplifica efficacemente e che entra in risonanza con l’insieme di pratiche cui l’autore dedica da tempo la propria attività.