Prefazione a “Epistemologia e politica in Gilbert Simondon”

 

Pubblichiamo la prefazione del Prof Brandalise  al testo di Andrea Bardin, “Epistemologia e politica in Gilbert Simondon: Individuazione, tecnica e sistemi sociali”, FuoriRegistro, 2010.

 

L’opera di Simondon si irraggia da un progetto di impresa filosofica: affondare al cuore del problema, così essenziale per la modernità, dell’individuo. La costruzione di una teoria che sappia al suo interno articolare i vari saperi che nella storia scientifica e culturale di questi ultimi secoli hanno contribuito a determinare il campo semantico della nozione di individuo, costituisce il progetto di Simondon al momento della stesura de L’individuation à la lumière des notions de forme et d’information. Un progetto che egli serve con una sorta di umile ma implacabile oltranzismo, sino a incrociare dimensioni del pensiero che difficilmente potrebbero essere immediatamente riconoscibili a partire dal paniere di risorse dell’orizzonte scientifico “duro” che caratterizza la sua partenza, e dal cui implicito di desiderio e di obiettivi non si separerà mai. Si può senz’altro affermare che Simondon rimane, per tutto l’arco della sua parabola, fedele alla sua ispirazione originaria, ed è essenzialmente per fedeltà al nucleo forte di questa che non esita di fronte a varcamenti di confine che probabilmente per altri, più legati a una qualsivoglia auto-identificazione scientifica e scientista, sarebbero sembrati temerari o insensati. Sotto questo profilo si può sottolineare che una dimensione del pensare filosofico, un campo di possibilità aperto a un tale operare, è presente sin dall’inizio nel lavoro di Simondon e gli detta il sentimento della vastità degli sviluppi possibili del suo pensiero. In questi termini va considerata, ed è l’occasione per ribadirla una volta di più, l’importanza complessiva di Merleau-Ponty per alcuni momenti forti e ricchi di potenziali sviluppi della cultura francese del suo tempo; ovverosia la prestazione di un pensiero che sa rendere visibile la necessità di una dimensione filosofica all’interno di percorsi che apparentemente non si configurano nella forma “tecnica” della filosofia. Filosofo che non a caso attende per così dire ad alcuni essenziali appuntamenti: l’evoluzione, appunto, di quei percorsi che non si sono ritratti rispetto al campo di evidenze e interrogativi che il suo lavoro è sempre riuscito a suscitare.

Probabilmente, una volta che si sia evocato il termine “individuo” ricavando da questo la nozione di “individuazione” a definire il nucleo generatore del lessico di Simondon – lessico ovviamente costituito da un vocabolario che è quello delle scienze e di alcuni aspetti del pensiero filosofico proprio della sua epoca, ma che egli a suo modo rigorizza e risemantizza con una grande forza centripeta – è necessario aggiungere a questi due termini la nozione di “tecnica”. Qui tocchiamo probabilmente uno degli aspetti che comunicano il timbro particolare e la ricchezza di potenzialità dell’opera di Simondon, dove la tecnica non è né il soggetto glorioso in cui si compie una razionalizzazione dell’organizzazione materiale del mondo, né ciò che in Heidegger si pone come spegnimento della luce di pensiero della filosofia e nello stesso tempo come luogo destinale di un compimento di questa. Anche se, proprio per ragioni che questo volume analizza con particolare e per certi versi inedita efficacia, si potrebbe forse utilizzare l’opera di Simondon al fine di leggere ciò che nella diagnosi di Heidegger andrebbe portato oltre  la prospettiva filosofico-estetica dell’heideggerismo, ovverosia ciò che in qualche modo, anche nel discorso heideggeriano sulla tecnica, registra un complesso di eventi che possono essere utilmente interpretati al di là della loro pura annessione alla messa in campo del simbolo del nichilismo.

Così, se per Simondon la scienza certo non si risolve in tecnica, d’altra parte la tecnica non è riconducibile a mera dimensione pratico-applicativa della scienza, né costituisce in alcun modo l’ultimo episodio della sua parabola, il suo sviluppo potentemente alimentato dall’oblio della dimensione dei principi. È semmai altra cosa, segnata dai rapporti del pensiero simondoniano con alcune emergenze della tradizione antropologica e sociologica francese rimesse in gioco attraverso il magistero di Canguilhem. In Simondon “tecnica” è il nome di ciò in cui si manifesta l’originaria dimensione dell’esperienza scientifica e del pensiero scientifico. Attraverso la tecnica emerge infatti nella scienza un aspetto pratico che non è ovviamente quello della pratica come applicazione, come ricavato generico di una teoria, ma quello del concreto inserimento dell’esperienza conoscitiva all’interno del complesso delle relazioni interumane e ambientali che la rendono possibile e che la promuovono. Quindi, paradossalmente, quel movimento che per molti versi riaffiora in tanti percorsi del pensiero novecentesco cercando di mettere in relazione gli aspetti metodologici e gli impianti epistemologici del sapere scientifico con la dimensione socioculturale e storica in cui essi si producono, trova qui un’intuizione che coglie il problema in uno dei suoi punti più alti: quello cioè in cui non si tratta di mescolare o incrociare degli apparati concettuali che restano separati (ad esempio producendo una teoria sociologica della conoscenza), ma piuttosto di suscitare un orizzonte complessivo in cui sia esattamente la dimensione del sapere e della pratica scientifica ad essere dispiegata in tutta la complessità dei nessi che attraverso di essa si sviluppano. Quindi, nel risolversi storicamente in tecnica, la scienza da un lato può sembrare perdere l’orizzonte della sua interrogazione originaria, ma dall’altro si ricongiunge a quella sua dimensione più propria che la tradizione scientifica-filosofica non ha mai saputo dire compiutamente.

Sotto questo aspetto abbiamo a che fare con una tecnica che per un verso si rivela da un punto di vista storico interpretativo o, per dirla foucaultianamente, “archeologico”, come luogo originario della scienza, ma che per un altro verso può essere compresa in questo modo solo attraverso il suo effettivo sviluppo sino alle più elevate forme di autocomprensione, e che infine, per essere compiutamente realizzata, non può affidarsi esclusivamente alla dimensione della storia della scienza o della storia del pensiero, perché solo la sua concreta produttività storico-scientifica costituisce il quadro in cui questa origine diventa evidente proprio perché pienamente dispiegata nella realtà del suo esito. La forza di Simondon sta dunque nell’intuire, al fondo dell’impresa del sapere, un desiderio che va al di là della produzione di un saputo: desiderio profondo della scienza che oltrepassa quanto è possibile fissare nel complesso dei suoi statuti puramente scientifici e del quale la nozione di tecnica tende invece a dare pieno dispiegamento. La tecnica rappresenta infatti, in questo senso, la dimensione in cui la scienza supera la sua definizione tutto sommato ottocentesca e novecentesca, emancipandosi da uno sguardo tutto filosofico sulla scienza in cui il pensiero dà il peggio di sé nascondendo la propria natura filosofica sotto la presunta obbiettività di definizioni della scienza e della scientificità che paradossalmente poco o nulla restituiscono dell’intrinseco operare delle scienze.

Ed è invece esattamente all’operare delle scienze al di là della loro ideologia che si rivolge Simondon: la modalità con cui nella sua esperienza egli passa da un apparato scientifico all’altro per coerenza alla necessità interna della domanda da cui parte e che intende sostenere, indica una modalità di esercizio della filosofia che, irriducibile a un tecnicismo accademico, si alimenta costantemente di una necessità che ha poco a che vedere con l’intrattenimento filosofico che a volte si inscena a ridosso dell’edificio delle scienze. Ci troviamo infatti di fronte a un pensiero come fedeltà al proprio desiderio: fedeltà al desiderio di andare al nucleo dell’individuo sino al dissolvimento di un ipotetico nucleo, di andare al cuore della scienza al di là di una qualsiasi riduttiva configurazione della specificità scientifica, di andare al cuore della tecnica al di là di ciò che in essa si riduce a strumento. Quindi un percorso che sviluppa a tal segno i simboli e i concetti dei bisogni iniziali, da realizzarli al di là di una soglia oltre la quale ciò che si richiede è effettivamente una diversa configurazione del pensiero.

Un percorso di questo tipo può essere colto una volta di più attraverso la vicissitudine della nozione di individuo, nel senso che in Simondon ciò che progressivamente viene in luce è come quella sorta di mattone o di atomo che poteva stare alla base ad esempio della rappresentazione scientifico-politica moderna, e per quel tramite diventare l’oggetto di un’osservazione scientifico-sociale o scientifica tout court – un oggetto tutto sommato delimitato e offerto al sezionamento dell’impresa intellettuale proprio attraverso la moltiplicazione dei piani in cui si può scomporre il suo fenomeno – si dimostra un’entità che, per essere compresa, va sempre meno contenuta negli immediati confini empirici grazie ai quali è stata inizialmente identificata. L’individuo, in altri termini, diventa processo di individuazione, processo che non può mai essere adeguatamente compreso se ci si riduce alla comodità perversa di sospenderlo in una fotografia di stato, e se il pensiero che lo indaga acconsente di rappresentarsi come in sé estraneo a un percorso d’individuazione, ovvero a una relazione – che all’osservatore esterno apparirebbe osmotica – tra gli aspetti dell’analisi oggettiva e gli aspetti di una discussione epistemologica sugli occhiali che la rendono possibile.

Il pensiero di Simondon muove invece nella direzione della crescente risoluzione dell’individuo in un complesso di piani che hanno una loro definizione irriducibile a una geometria unica e che, nello stesso tempo, convergono effettivamente in una peculiarità individuale, che quanto più viene compresa tanto meno affida il proprio riconoscimento all’identificazione di confini certi. In questo percorso si produce evidentemente un mutamento nella modalità del conoscere. Sotto questo aspetto l’Individuation riprende e indaga il rapporto tra metodiche e stili, in altri termini tra i diversi modi di investire saperi molto collaudati e iperesigenti dal punto di vista del loro formalismo, all’interno di un modus operandi che si affida pochissimo ai loro tratti più cementati e codificati, per coinvolgerli invece in una rete di domande nella quale essi danno il meglio di sé emancipandosi progressivamente dal sistema delle loro certezze apparenti. Per questo anche il percorso di Simondon si presenta per un verso, in coerenza con quella che potrebbe essere una grande immaginazione positivistica, come un percorso che va dal fisico-biologico al complesso del sociale, del politico e dello speculativo, ma che in realtà si scopre progressivamente come possibile proprio perché queste dimensioni per così dire “finali” sono anche iniziali e perché, in altri termini, un esercizio che voglia davvero essere storico e che preveda in senso storico un’evoluzione, tende anche finalmente a dissolvere il fantasma di una filosofia della storia affidata ad una rappresentazione filosofico-storica dell’individuazione e dei processi culturali che consentono ora di pensarla. Un pensiero di questo tipo ha sempre schivato, non a caso, il rischio di disporsi troppo docilmente all’interno di una serie di quadri problematici costruiti sul non coglimento di ciò che costituisce la sua intuizione essenziale: Simondon rifiuterà sempre di muoversi nello spazio di domande la cui formulazione prevede la non messa in questione di ciò che per lui è il vero motivo della ricerca, ovvero tutto ciò che interferisce con le cose che stanno all’interno di quanto il pensiero moderno ha chiamato lo spazio della politica.

Questo fa sì che il suo percorso si rifletta lateralmente in una serie di radicali complicazioni poste a tutta una varietà di ambiti della riflessione relativa – in piena coerenza con quanto detto riguardo la nozione di tecnica – alla dimensione della relazione interumana e delle relazioni tra l’uomo e il complesso dei sistemi a cui egli dà vita nel suo relazionarsi ad altro; ed è quanto sembra alimentare il recente interesse per l’opera di Simondon, sempre più caratterizzato in direzione non solo epistemologica ma anche, come messo in particolare evidenza dal lavoro di Andrea Bardin, filosofica e in particolare filosofico-politica. Proprio in questa prospettiva il pensiero di Simondon sembra offrire alcuni elementi, o quanto meno l’esempio, di una radicalità forse necessaria (che magari non potrà essere interamente e linearmente sviluppata a partire dalla sua proposta) di ciò che può significare andar oltre le categorie del pensiero scientifico-politico moderno. Si tratta di un esempio, cioè, del tipo di pensiero che può affrontare la complessità con cui si mostra l’esito storico della vicenda della scienza politica moderna nel suo rendersi ormai incomprensibile attraverso le categorie che pure hanno cooperato in maniera così decisiva al suo stesso prodursi, ma senza che questo comporti automaticamente e necessariamente la disgiunzione tra tutto ciò che là si intendeva per “scienza” e per “politica”. Ciò che interessa in Simondon è infatti la dimensione tecnica – e non strumentale – della scienza immediatamente presente in tutti i processi su cui agisce la politica, innanzitutto quei processi che attraversano la dimensione dei fondamentali della scienza politica. Così, se risulta difficile riuscire a concepire l’orizzonte della scienza politica moderna sino al grande quadro costituzionale in cui ancora si muovono i suoi risultati più maturi senza la nozione così centrale di individuo, è esattamente una nozione come questa che il percorso di Simondon rende tendenzialmente indisponibile nei modi in cui essa continua a operare nelle forme della scienza politica moderna. Simondon viene infatti a trasferire tutta una serie di problemi, che nella logica tradizionale sarebbero inerenti ai rapporti tra l’individuo e le dimensioni sociali altre, all’interno dello stesso processo di individuazione, con la conseguenza che tutti i partner concettuali dell’individuo risultano radicalmente ripensati.

Considerando lo sviluppo della riflessione sulla politica degli ultimi decenni è allora possibile cogliere il profilarsi di un nuovo piano problematico: tutta quella dimensione, in senso ampio, “sociale” che un tempo sottostava all’autosufficienza delle categorie più propriamente giuridico-politiche, viene ad emergere in primo piano dettando le caratteristiche di un sapere relativo a ciò che invece in quella visione risultava scomparso. Si tratta della dimensione foucaultiana della biopolitica, che si potrebbe anche tutto sommato descrivere così: che cosa fa sì che il vivente accetti per qualche tempo (e per qualche secolo) d’essere di fatto organizzato attraverso l’artificio di tradizione giusnaturalista? Quante cose diverse dal funzionamento concettuale dell’artificio accadono nello spazio di questo perché tutto ciò possa continuare a vivere? Ecco, potremmo dire che Simondon tende progressivamente a creare le condizioni per cogliere tutte le dimensioni che normalmente vengono affidate a saperi distinti dentro un continuum nel quale essi siano intrecciati nella descrizione di un prodursi dell’individualità che è al tempo stesso il prodursi dei molti piani in cui questa vive concretamente. Viene dunque riproposta da Simondon una relazione tra scienza e politica dove non c’è una scienza che fissi dogmaticamente i canoni della politica per ridurla in definitiva ad una dimensione poi “applicabile” tecnicamente; ma non c’è neanche un’antipolitica, quale potrebbe essere quella che invochi una supposta immediatezza del movimento spontaneo: casomai una scienza-tecnica che operando produce, non più nella forma di una grande realizzazione neutralizzante di stato, i modi della relazione politica.

Simondon, potremmo dire, propone che si prenda atto della complessità del vivente e che questa diventi, proprio attraverso la sua comprensione, anche il modo di un operare nelle relazioni interumane. Questo implica l’abbandono dell’idea di un ordine politico realizzato attraverso la produzione di un’invarianza pro tempore di elementi dell’ordine, ovvero di ciò che conosciamo come “neutralizzazione”: lo stato di eccezione si risolve in un arco temporale indefinito durante il quale le cose stanno in un certo modo e in cui il variare del tempo, delle situazioni, degli accadimenti non è tale da mettere in questione gli elementi essenziali dell’ordine, per cui le caratteristiche di questo possono essere quotidianamente applicate al governo di una realtà mutante che, però, per effetto della neutralizzazione, non muterà tanto da cambiare l’ordine che le viene imposto. Si tratta di congedarsi da una nozione d’ordine di questo tipo, e pensare al di là del filtro proposto dai soggetti che si producono all’interno di tale immaginazione: un radicale rimescolamento di carte, insomma, nella relazione tra soggetto singolo e soggetto collettivo, dove tra i due non vige più alcuna forma di analogia, ma il rapporto diretto, il continuum che fa sì che ciò che era il soggetto singolo sia l’individuo nella sua multidimensionalità, e il soggetto collettivo sia ciò che esso diviene nel momento in cui  si  mostri nella pluralità di queste relazioni.

A quest’altezza si potrebbe allora affermare che Simondon propone una funzione scientifica ad una filosofia che sia però l’esito del suo discorso sulla tecnica, cioè una filosofia che non tanto costruisce dei sistemi, ma direttamente opera come il livello più alto dell’autoconsapevolezza della propria tecnica e dunque produce non il modello politico che va applicato e reso stabile per un arco temporale quanto si voglia lungo, ma il modo in cui il gioco dei saperi interviene concretamente nell’organizzare le relazioni, nel farle salire di tono, nel rendere evidente la possibilità che ciò che è immerso e non saputo – se riconosciuto – si potenzi e si sviluppi: in sostanza l’esplosione della parte immersa della costituzione. Da questo punto di vista si può forse cercare in Simondon un pensiero della governance in un senso abbastanza lontano dal modo in cui questa viene intesa nella forma corrente: un pensiero che renda evidente tutto quel complesso di nessi che spesso intrecciano decisione politica e neutralizzazione giuridica, applicazione della legge e trasformazione della legge; un pensiero che riesca a rimettere in primo piano appunto processi ormai non più definibili, secondo una tradizione sociologica anche di stampo marxista, come ciò che si oppone a dimensioni di carattere sovrastrutturale, ma senza con questo consegnarli al lussureggiare dei gerghi specialistici e agli ideologismi da consumo mediatico che ne vieterebbero una effettiva lettura.